Angelo Corbo, sopravvissuto alla strage di Capaci, ne racconta paradossi e dimenticanze

di Barbara Castellano sabato, 12 maggio 2018 ore 06:05

L’agente della scorta del magistrato ha presentato ieri al Laboratorio Urbano il libro “Strage di Capaci – Paradossi, omissioni e altre dimenticanze”. LE FOTO

FASANO – «Il 23 maggio era una bellissima giornata, era di sabato. Una giornata calda dove il cielo era pieno di colori bellissimi, i colori tipici della mia terra. Quel giorno non c’era stato nessun avvertimento, noi sapevamo che doveva arrivare a Palermo nel pomeriggio (come scorta non sapevamo nemmeno l’orario). Decidiamo di muoverci con calma tutti e sei e arriviamo con largo anticipo, verso le 15, e come sempre passiamo il tempo nella caserma dei vigili del fuoco dell’aeroporto dove c’è la possibilità di prendere un caffè». A parlare è Angelo Corbo, sopravvissuto alla strage di Capaci del 23 maggio 1992. Fa parte della scorta del magistrato Giovanni Falcone che quel giorno ha perso la vita sull’autostrada A29, in località Isola delle Femmine, assieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
 
Oltre 20 anni dopo la strage che gli ha cambiato la vita, Angelo Corbo ha scritto il libro “Strage di Capaci – Paradossi, omissioni e altre dimenticanze” (Diple Edizioni) presentato ieri sera (venerdì 11 maggio) presso il Laboratorio Urbano di Fasano. A dialogare con lui l’avvocato Italia Ditano, presidente della Libera Associazione Forense “Francesco Saponaro” che ha organizzato l’incontro con il Centro Servizi al Volontariato Poiesis (provincia di Brindisi), la Onlus Equoenonsolo e i Presidi del Libro di Fasano. Il racconto dell’agente di scorta, che continua a girare l’Italia e a incontrare ragazzi, è «per omaggiare chi oggi non ha più voce». Parlare significa vincere l’omertà e vincere l’omertà significa vincere la mafia.
 
Angelo Corbo nasce a Palermo nel quartiere Noce, «un quartiere dove si respirava un atteggiamento di mafiosità», e grazie alla famiglia e alla scuola riesce a sfuggire al comune richiamo degli spiccioli facili, della delinquenza. Il primo anno di scuola superiore diviene vittima di bullismo ma è incapace di chiedere direttamente aiuto: parlare e avere il coraggio di chiedere aiuto, anche qui significa vincere, significa vivere. Appena diplomato sceglie di diventare poliziotto non perché affascinato da divisa e armi ma perché vuole riscattarsi, vuole, «egoisticamente, ridare dignità a me stesso». Quando gli viene chiesto di far parte della scorta di Falcone doveva essere temporaneo, appena 1 mese e mezzo, d’altronde era un ragazzo di 23 anni. Invece, dal 1990 sino a quel 23 maggio 1993, ha protetto il giudice che era «un morto che cammina e per questo anche noi della scorta eravamo dei morti che camminavano».
 
Ma è qui che il racconto dell’ispettore, ora in pensione, inizia a divergere rispetto alle canoniche rappresentazioni: Falcone era sì un professionista dedito al lavoro però era isolato, non aveva un rapporto confidenziale con la scorta e non aveva molti amici anzi «molti colleghi lo indicavano ed evitavano. Lo hanno accusato di volersi fare grande solo per la carriera. È curioso che si diventi amici solo quando si muore».
 
Il 23 maggio Corbo era più allegro del solito perché pensava che quel fine settimana avrebbe fatto 13 al Totocalcio e avrebbe così cambiato la sua vita. «Capite bene che questa cosa, ripetuta oggi, è un fardello pesante da portare. Quella giornata ha davvero cambiato la mia vita». Dopo l’esplosione di 500 kg di tritolo, anche gli agenti di scorta furono portati in ospedale dove, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, sono stati «trattati come matricole e non come uomini». Immediatamente dopo è stato quindi trasferito a Firenze, dove però non sapevano nemmeno del suo arrivo. Uomini della scorta invisibili, spesso dimenticati anche dallo Stato che servono.
 
Il libro “Strage di Capaci – Paradossi, omissioni e altre dimenticanze” è un racconto umano e professionale che riporta alla luce dettagli importanti come le fotografie scattate da Antonio Vassallo immediatamente dopo l’esplosione e consegnate a due uomini in giacca e cravatta che si presentarono come poliziotti in borghese: il rullino fotografico è sparito nel nulla.
 
Durante la presentazione Angelo Corbo non si è risparmiato e, anzi, ha raccontato di come nel 2006 sia crollato sino ad arrivare sull’orlo del suicidio: questa volta però ha avuto il coraggio di chiedere aiuto e, anche se gli è stato diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress, è sopravvissuto ancora. Nel frattempo ha ricevuto una medaglia d’oro che però per lui «serve a riempire una parete. Le medaglie si danno a chi vince e io quel giorno ho perso. Quel giorno non abbiamo vinto noi, hanno vinto loro. Nonostante tutto credo nello Stato perché noi siamo lo Stato».
 
La scorta è un uomo comune «con un nome ed un cognome e io sono un uomo comune ma con qualcosa in più - così recita Annalisa Insardà in un bellissimo e potente monologo proiettato a fine incontro - perché sono talmente attaccato alla vita al punto di difendere con la mia quella degli altri. Ho deciso di guidare i passi di chi non può guardare né avanti e né dietro di sé. Nel mio lavoro c’è saggezza, che è qualcosa di più del buon senso e della prudenza: è l’avere senno, essere sapido, avere uno sguardo placido sul mondo ma vigile su chi lo odia ed è evitare che quell’odio raggiunga l’idea per cui io ho messo a rischio la mia stessa esistenza». La scorta è un uomo comune con un nome ed un cognome: un uomo come Angelo Corbo.

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Commenti recenti

  • Renna Andrea

    vorrei che ogni tanto l'mministrazzione comunale,andasse a fare un giro d'ispezione nelle strade di via Adami,via st Antonio e dintorni

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