Egnazia, tutta questa bellezza senza navigatore

di Daniele Campanari domenica, 19 agosto 2018 ore 05:21

Daniele e Giorgia hanno visitato la nostra Fasano: ci inviano il loro feedback semiserio

La Puglia è un luogo da a-mare e la nostra esperienza turistica inizia per forza tra le onde.

Io e Giorgia arriviamo da Latina, sessanta chilometri da Roma. Conosciamo le mura, le colonne, la vita mummificata, il tempo della distruzione e ricostruzione. Un momento del nostro itinerario ci conduce proprio qui, nel tempo. Raggiungiamo Egnazia seguendo gli ulivi, ci indicano la strada quando sarà necessario sostituirsi ai cartelli. La chiamiamo città antica per il peso dell’età; ma visitando il complesso museale ci accorgiamo di essere in un posto nuovo. D’altronde la definitiva apparizione non è avvenuta molto tempo fa, e nuova è la tecnologia che trasforma la visita in una piacevole esperienza sensoriale: vista, udito, tatto.

Su Egnazia fa caldo, gli esperti degli studi all'aperto consigliano di bere molta acqua ed evitare soste sotto al sole. Ma noi siamo turisti, sappiamo come si condivide un cappello. Intraprendere il percorso che porta alle rovine non è semplice: “Credo che si debba andare di là… no, forse è da questa parte… dobbiamo tornare indietro?”. Insomma, prima gli ulivi, adesso l’intuizione: bisogna scovare le indicazioni interne al museo ma con qualche tentativo si può iniziare.

Su Egnazia ci siamo io, Giorgia e quattro turisti contati.

Sarà l'effetto del caldo o la mancanza di un'adeguata - e meritata - pubblicità; ma qui, in una mattina soleggiata, siamo in sei. E non si parla romano o fasanese: la lingua degli uomini lucertola è straniera. "Abbiamo il bendiddio e non lo apprezziamo, non lo apprezziamo", commenta Giorgia.

La sua è la teoria che acceca gli abitanti del nostro paese, la bellezza che rende ciclopi. Questa bellezza sembra non invitare tra le rovine o è soltanto pigrizia della ricerca. Parliamoci chiaro, se non avessimo ascoltato con attenzione i suggerimenti di un abitante del posto forse nemmeno io e Giorgia saremmo arrivati a Egnazia. Peccato, avremmo perso un contatto con l’aldilà, un centro culturale di alto livello.

Va bene il mare, vanno bene gli scogli-sabbia-erba; ma i turisti non vivono di solo acqua - almeno quelli solidi.

Comunque veniamo da fuori, da Latina precisamente, che sta a sessanta chilometri da Roma, la Capitale della nostra illuminante Italia. Nonostante l’abitudine allo splendore il pacchetto Egnazia è un gioiello. Eppure sembra una visita esclusiva, la nostra, pare che a riflettere sulle vetrine che conservano i resti ci sia una vita dimenticata. La passeggiata attenta tra le rovine ci conduce all’anfiteatro. Ecco un'altra riflessione: "Hanno fatto tutto con le mani, nessuna tecnologia ha costruito il forno, le terme, l'anfiteatro". È un commento valido dopo ogni ritrovamento, ma Egnazia è una ex-vita intera sotto al sole di Savelletri e questo è un lavoro folle di chi ci ha preceduti.

Dicevo della luce assente perché la mancata pubblicità è un difetto mortale. Fossimo comunisti - vedi: membri del comune del luogo - apporremmo manifesti, organizzeremmo visite guidate pro-turismo, metteremmo pesci freschi lungo la via che conduce al patrimonio. Qualcosa in più faremmo. Anche quando fa molto caldo. Certo, la nostra esperienza è durata qualche ora, abbiamo soltanto la statistica di un giorno.

Ma Egnazia ci pare un verso compiuto da imparare a memoria.  

 

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