Condannata in primo grado la maestra manesca che insegnava a Pezze di Greco

di Redazione Go Fasano martedì, 13 novembre 2018 ore 04:58

L’indagine era partita a seguito di una denuncia presentata dalle mamme di alcuni alunni

PEZZE DI GRECO – E’ stata condannata in primo grado per “maltrattamenti” a due anni  e tre mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali  per ciascuna delle parti civili (liquidate in 2 mila euro per ciascuna delle parti civili) e al   “risarcimento del danno sofferto dalle parti civili, da liquidare in separata sede”, la maestra fasanese  che insegnava a Pezze di Greco, presso la scuola materna di via Eroi dello Spazio, nei confronti della quale il 29 luglio 2014 era stato notificato un decreto di citazione a giudizio da parte della Procura della Repubblica di Brindisi, con l’accusa di  “abuso dei mezzi di correzione o disciplina” .
 
Accusa che con la sentenza emessa l’8 novembre scorso dal giudice del Tribunale Penale di Brindisi, Simone Orazio, è stata riqualificata. La insegnante, infatti, è stata riconosciuta colpevole del reato di cui all’art. 572 del codice penale che recita che  “chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito con la reclusione da due a sei anni”.
 
I fatti risalgono al marzo 2013 quando i Carabinieri della Compagnia di Fasano e della Stazione di Pezze di Greco – in seguito alle segnalazioni di alcune mamme – avevano avviato indagini nei confronti della donna. Stando ai racconti fatti dai genitori ai militari, i bambini risultavano essere irrequieti e impauriti all’idea di dover andare a scuola. Un malessere che accomunava tutti e sette gli alunni affidati all’insegnante in questione, che descrivevano la maestra come “cattiva”.
 
I militari avevano, quindi, installato delle telecamere di videosorveglianza per filmare quanto accadeva in classe. Dalle registrazioni – in cui erano ben visibili da parte della maestra atteggiamenti particolarmente severi nei confronti di bambini di tenera età - era emerso, dunque, che quanto raccontato dai piccoli alunni corrispondeva a verità.
 
Dopo aver esaminato gli atti delle indagini - condotte sotto la direzione del Sostituto Procuratore, Eva Toscani - depositati in tribunale dai Carabinieri di Fasano, la maestra era stata citata a giudizio e, pertanto,  il processo, innanzi il Tribunale di Brindisi, era partito il  10 novembre del 2014.
 
La maestra - difesa dall'avvocato Donato Musa - era accusata di aver tirato con violenza i capelli e le orecchie ai bambini – strattonandoli e trascinandoli in giro per l’aula -, di aver sferrato calci, schiaffi in testa e dato sculacciate, rivolgendosi in maniera violenta e aggressiva ai piccoli alunni, trattandoli con violenza da un braccio fino a sollevarli di peso da terra.
 
Il processo era partito il 10 novembre del 2014. Nel corso della prima udienza, dopo gli adempimenti di rito si erano costituite anche le parti civili (rappresentate dagli avvocati Maria Rosaria Olive e Rosa Recchia), ovvero due genitori di piccoli alunni, l’udienza era stata rinviata al 25 marzo 2015, quando, però, il dibattimento era stato rinviato per un vizio di notifica al 16 luglio successivo. 
 
In quest’ultima data l’udienza si era svolta regolarmente ed aveva registrato la presenza in aula del comandante della stazione dei Carabinieri di Pezze di Greco, il luogotenente Salvatore Rubbino. Nel corso della udienza del 16 luglio di tre anni fa era stato visionato il video filmato da una telecamera nascosta installata dai Carabinieri nell’aula dove insegnava la maestra. Un video di due ore, i cui fotogrammi erano stati commentati dal sottufficiale dell’Arma che aveva condotto le indagini. Dopo di che il processo era stato aggiornato al 17 dicembre 2015, quando sono state ascoltate alcune mamme di alunni maltrattati dalla insegnante e che avevano all’epoca sporto denuncia ai Carabinieri facendo di fatto aprire una inchiesta. In quella occasione le mamme avevano  confermato quanto dichiarato all'atto della denuncia. Nelle udienze successive l’imputata aveva depositato due certificati medici: uno che attestava che era  "affetta da disturbo dell'adattamento cronico con umore depresso e deficit cognitivo ansioso con turbe di memoria e concentrazione", e l'altro che attestava come la avesse "disturbi come reazioni allo stress indotto in ambito lavorativo". A quel punto il giudice aveva disposto una perizia psichiatrica. Il processo era così continuato fino all’8 novembre scorso quando è stata emessa la sentenza di primo grado che condanna la donna a 2 anni e 3 mesi di reclusione.
 
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