Primo maggio, festa del lavoro. Ma quanto ci resta da festeggiare?

di Marco Mancini martedì, 1 maggio 2018 ore 06:00

I numeri che spaventano. L'editoriale di Marco Mancini 

EDITORIALE - «Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d'ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento». Con queste parole cominciava l'articolo apparso sul giornale La Rivendicazione, pubblicato a Forlí, il 26 aprile del 1890. Un anno prima i delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi, istituirono la festa del Lavoro, coincidente con il primo maggio: la ratifica, in Italia, avvenne due anni dopo.
 
Questa giornata di festa nasce per ricordare le lotte a favore della riduzione dell'orario del lavoro in tutto il mondo. L'orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore (in Italia con il RDL n. 692/1923) deriva dalla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell'Illinois. La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa. Le origini della festa del lavoro, come riporta anche l'enciclopedia Wikipedia "risalgono a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knights of Labor (Ordine dei Cavalieri del Lavoro), un'associazione fondata nel 1869. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Knights of Labor approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale."
 
Questa volta però, 128 anni dopo l'articolo de La Rivendicazione, siamo noi a dover scrivere della festa dei lavoratori e il nostro animo non è proprio "rallegrato". Risalgono a pochi giorni fa i dati allarmanti diffusi dall'Eurostat sull'occupazione, ed in particolare sull'occupazione nel sud del Paese.
 
Tra le maglie nere c'è anche la Puglia. Se il dato medio europeo sulla disoccupazione calcolato da Eurostat si attesta al 7,6%, quello pugliese schizza al 19,1%. Riguardo la disoccupazione giovanile, poi, si tocca il 52,4% (contro il 16,8% medio europeo). È questa la fotografia del cosiddetto "Paese reale", una fotografia che dà una motivazione precisa al continuo esodo di giovani verso il nord del paese o in altre parti d'Europa e del mondo.
 
C'è chi dirà che chiedersi cosa ci sia da festeggiare, oggi, con dei dati del genere sia banale (o, al peggio, populista), una cantilena trita e ritrita, una battuta che non fa più ridere. Eppure, superata questa obiezione che nulla aggiunge alla discussione, rimane la necessità di comprendere quale significato assuma questa festa quando più di metà dei giovani, compresi laureati e plurilaureati, fatichi a trovare una occupazione stabile. 
 
Cosa c'è da festeggiare quando questa regione prima ancora che l'intero sud, vive un'emorragia di risorse e menti che prima o poi pagheremo caro in termini di produttività?
 
Noi non abbiamo una risposta e, ancor peggio, non la ha neppure la classe politica che invece che occuparsi delle percentuali della disoccupazione, continua a giocare con le percentuali elettorali facendo a gara a chi è primo e chi è ultimo. Probabilmente quando la politica tornerà a parlare di lavoro ed occupazione, non solo in forma di slogan elettorali, allora forse i cittadini riprenderanno a parlare meglio di politica. È quello che si spera.
 
Recita il testo di una famosa canzone che ha solcato l'Ariston di Sanremo: "Sapessi che fatica ho fatto per parlare, con mio figlio che ha trent'anni. Teme il sogno di sposarsi e la natura di diventare padre". E allora si va avanti come si riesce, perché non si può far altro che muovere un passo alla volta, senza però conoscerne la direzione nè tantomeno la meta.
 
Buon primo maggio a tutti, a chi si sente sconfitto e a chi non s'arrende.

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