«Io ti lascio a terra morto». Fermiamoci e capiamo dove stiamo sbagliando

di Marco Mancini domenica, 27 maggio 2018 ore 06:00

I numeri del bullismo, le cause, le conseguenze: i primi bulli siamo noi

EDITORIALE - Chi agisce come persecutore trova piacere nel "dominare" la vittima: poco importa, a chi perseguita, delle sofferenze psicofisiche che provoca all'altro. E questo senso di superiorità è spesso dovuto a più fattori: fisici, psichici, sociali. Quando tutto ciò viene reiterato nel tempo, incessante, senza volersi fermare, diviene bullismo. Non è una scazzotata, non è un momeno di perdita di lucidità mentale: l'oppressione è volontaria, cercata, atta a far sentire il "persecutore" fiero delle sue azioni ai suoi occhi e a quelli di chi resta a guardare. Agli occhi di un'intera generazione (quasi, non tutta fortunatamente) che resta a godere del triste spettacolo.

Di storie di bullissimo questa nazione ne conosce molte: tante non sono neppure finite nel migliore dei modi. Gianluca (nome di fantasia) era omosessuale, veniva deriso per il suo non riuscire ad avere comportamenti "abbastanza maschili", ed un bel giorno ha deciso di salire sul terrazzo di casa sua e di imparare a volare sopra quelle accuse, per scrollarsele di dosso, per provare a respirare aria pulita: è volato via e non è tornato più. Sara, 15 anni, ha subìto bullismo dai suoi compagni di classe per un anno intero: ha tenuto tutto dentro, fino a quando non ha deciso di affidare ad una lettera il suo dolore. Una lettera che cominciava così: «Grazie per avermi distrutta». Oggi però Sara sta imparando a ricostruirsi. E poi c'è Pierpaolo, in provincia di Reggio Calabria, che a 10 anni è stato costretto dai suoi genitori a cambiare scuola: si è isolato, e ha dovuto abbandonare la sua vita. Ed abbandonare la propria vita a 10 anni non deve essere proprio il sogno migliore che a quell'età si ha.

Un bel giorno poi, nella tranquillità del proprio paese, ci si sveglia con la notizia di un ragazzo di 12 anni al quale hanno rotto una costola al grido di «ti lascio morto a terra». E allora non si può più far finta di nulla. Non si può far finta che non esista un fenomeno (in Italia uno su due subisce bullismo nelle scuole - e non solo - e a dirlo è l'Istat) che è in crescita, e che deve essere fermato. Le "prepotenze" più comuni - sempre secondo l'Istat - consistono in offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti (12,1%), derisione per l'aspetto fisico e/o il modo di parlare (6,3%), diffamazione (5,1%), esclusione per le proprie opinioni (4,7%), aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%).

C’è una bella differenza, però, fra individuare una causa e accampare scuse. I motivi per cui un ragazzo diventa un bullo non giustificano il suo comportamento scorretto, ma forse aiutano a capirlo. Fiumi di sociologi e psicologi parlano di cause scatenanti in tenera età, l'età in cui un ragazzo "forma" se stesso, il proprio carattere, il suo modo di approcciarsi al mondo. Il contesto in cui esso vive giova (o grava) su quello che "diventa". Quando determinate azioni divengono normalità, molto spesso si fa fatica ad identificarli come atti prepotenti al di fuori del proprio contesto: e questo è un fatto, ed è il più importante. E' il formarsi di culture diverse, di cui una evidentemente sbagliata: la legge del più forte, che nulla ha a che fare con le teorie darwiniane. Perchè disgraziatamente, questi metodi, spesso sembrano funzionare per l'obiettivo che (il bullo) intende raggiungere e l'unica evoluzione è quella al contrario. La regressione di una società che non riesce a reagire e a fermare questi tristi fenomeni.

Perciò il bullismo va combattutto da presto: in famiglia, nelle scuole, nei primi anni di formazione. Esiste un detto popolare, simpatico e vero, che mia nonna mi ha spesso ripetuto e che io ho fatto mio: "batti il ferro fino a quando è caldo". Perchè il ferro, una volta raffreddatosi, non si può più modellare, battere, cambiare. E così accade quando si diventa freddi, dentro, che non si ha più la capacità (e la voglia) di diventare persone migliori. Stiamo rendendo i nostri ragazzi pezzi di ferro freddo, che non riusciamo a "battere" più.

Siamo onesti. Quel bullismo, prima di arrivare nelle nuove generazioni, è necessariamente passato attraverso di noi: noi che siamo le loro "famiglie", le loro "scuole", la loro "realtà", i loro "contesti". Perciò fermiamoci, e capiamo dove stiamo sbagliando. Prima che sia tardi.


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